Silvana Perrotti
sabato 4 ottobre, 23, 30
Era il suo ultimo anno di vita, e io non lo sapevo. Non potevo immaginare il giorno in cui non l'avrei visto più, anche se era già vecchio, molto vecchio, e se sapevo da anni della sua malattia. Ma era mio padre e quindi era eterno, anche se non poteva più fare le scale perché gli mancava il fiato, ed anche qualche passo lo affaticava. Aveva un enfisema polmonare, ma non si lamentava mai, e la notte, quando il letto non gli permetteva di respirare, si sedeva in cucina e leggeva. La mattina trovavo il libro aperto, con la piega in cima alla pagina a cui era arrivato.
Un libro che conservo, col segno dell'ultima pagina che ha letto.
E anche in quell'ultimo anno, come in tutti gli anni della vita che ha passato vicino a me, prima e dopo le separazione dovute ai fatti naturali della vita, amori, lavoro, un figlio, sempre la mattina mi ha portato il caffé nel letto.
Si alzava presto apposta per portarmi il caffé. Insieme a una spremuta d'arancia. Posava entrambi su un piccolo vassoio e bussava alla porta della mia camera: "Sono le sette - dicevi - puoi stare ancora qualche minuto, poi ti devi alzare" e se ne usciva, con quella sua vecchia giacca da camera color cammello e la schiena un poco curva.
Era buono il caffé che mi portava, aveva un sapore speciale, che mi è rimasto nella memoria, come quelle mattine in cui mi dava il buongiorno in cucina, e io quasi non rispondevo, e mi chiedeva:
"Come hai dormito?" e solo per dire quelle poche parole gli mancava il fiato, doveva usare quell'aggeggio che si infila in bocca e si aspira, ma sorrideva come per dire che non era niente, che lui stava bene.
Io mi chiudevo in bagno, era lui a svegliare mio figlio e a preparargli la colazione, e quando uscivo dopo la doccia, mi chiedeva:
"Lo vuoi un altro caffé?" e quello lo prendevamo isieme, e lui mi chiedeva di fargli fare un tiro dalla mia sigaretta. "Tanto mamma dorme e non vede", mi diceva strizzandomi un occhio.
Me lo portavo appresso il sapore del suo caffé, insieme ai suoi occhi buoni e al calore della sua mano quando, per svegliarmi, mi carezzava i capelli.
Da allora, e ne sono passati di anni, il caffé a letto non me l'hanno portato più. Ma va bene così, perché non avrebbe più quel sapore.

1 commento:

Paolo Bertoncini ha detto...

bello e toccante... mi sono commosso e l'ho sentito vero, l'ho sentito mio e di tutti, poichè un padre, nei suoi piccoli infiniti gesti d'amore è unico e magico.