SCRIVI ANCHE TU!

Scrivi un pezzo di DIO CAFFE' anche tu!
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9 commenti:

Anonimo ha detto...

Uno, due, tre....potresti girarti e rigirarti all'infinito dentro quel letto caldo, la sveglia suona, la luce ormai invade la stanza,ma niente ti convince a mettere un piede fuori!
Poi eccolo, è il suo profumo, apre la porta, ti infila la vestaglia e ti porta sul divano...i capelli hanno ancora quel tocco in più che solo il cuscino ti sa dare, non hai ancora le dita prensili, la deambulazione ancora dorme, ma non si sa come riesci a bere il caffè, TIENI IN MANO LA TAZZINA E NON TI CADE!!!!!!!!!
Lo consideri quasi un miracolo ma ormai è così da almeno dieci anni e ci hai fatto il callo....
Dio c'è, si chiama Caffè

Anonimo ha detto...

AH sono Angelica, quella che ha fatto il gruppo!

Anonimo ha detto...

che idea bellissima! li ho letti tutti e già vorrei leggerne altri!
sei davvero un genio! Vedrò di scrivere anche io qualcosa nei prossimi giorni!
Silvia

web designer ha detto...

Un buon caffè, l'header ed il footer di ogni santo giorno.

Anonimo ha detto...

Silvana Perrotti
sabato 4 ottobre, 23, 30
Era il suo ultimo anno di vita, e io non lo sapevo. Non potevo immaginare il giorno in cui non l'avrei visto più, anche se era già vecchio, molto vecchio, e se sapevo da anni della sua malattia. Ma era mio padre e quindi era eterno, anche se non poteva più fare le scale perché gli mancava il fiato, ed anche qualche passo lo affaticava. Aveva un enfisema polmonare, ma non si lamentava mai, e la notte, quando il letto non gli permetteva di respirare, si sedeva in cucina e leggeva. La mattina trovavo il libro aperto, con la piega in cima alla pagina a cui era arrivato.
Un libro che conservo, col segno dell'ultima pagina che ha letto.
E anche in quell'ultimo anno, come in tutti gli anni della vita che ha passato vicino a me, prima e dopo le separazione dovute ai fatti naturali della vita, amori, lavoro, un figlio, sempre la mattina mi ha portato il caffé nel letto.
Si alzava presto apposta per portarmi il caffé. Insieme a una spremuta d'arancia. Posava entrambi su un piccolo vassoio e bussava alla porta della mia camera: "Sono le sette - dicevi - puoi stare ancora qualche minuto, poi ti devi alzare" e se ne usciva, con quella sua vecchia giacca da camera color cammello e la schiena un poco curva.
Era buono il caffé che mi portava, aveva un sapore speciale, che mi è rimasto nella memoria, come quelle mattine in cui mi dava il buongiorno in cucina, e io quasi non rispondevo, e mi chiedeva:
"Come hai dormito?" e solo per dire quelle poche parole gli mancava il fiato, doveva usare quell'aggeggio che si infila in bocca e si aspira, ma sorrideva come per dire che non era niente, che lui stava bene.
Io mi chiudevo in bagno, era lui a svegliare mio figlio e a preparargli la colazione, e quando uscivo dopo la doccia, mi chiedeva:
"Lo vuoi un altro caffé?" e quello lo prendevamo isieme, e lui mi chiedeva di fargli fare un tiro dalla mia sigaretta. "Tanto mamma dorme e non vede", mi diceva strizzandomi un occhio.
Me lo portavo appresso il sapore del suo caffé, insieme ai suoi occhi buoni e al calore della sua mano quando, per svegliarmi, mi carezzava i capelli.
Da allora, e ne sono passati di anni, il caffé a letto non me l'hanno portato più. Ma va bene così, perché non avrebbe più quel sapore.

Paola ha detto...

Paola Prinetti
Milano, Liceo Berchet, già troppi anni fa
Non saprei dire quando né con chi, ma sono certa che fu lì la mia prima volta. E che non mi piacque affatto.
Nulla di scabroso, né di illegale. Non parlo di sesso e nemmeno di un bacio; manco di una canna.
Avevo fatto le Marcelline...
Molto più semplice.
Un caffé.
E quella prima volta...un saporaccio.
Ma aveva il gusto dell'età adulta e un vago aroma di consapevolezza, per questo me ne innamorai.
A distanza di anni, è diventato un compagno fedele e irrinunciabile, che mi tiene gli occhi aperti. Letteralmente.
Eppure sono convinta che non lo ameremmo così se si potesse bere fin da bambini. E' qualcosa cui si ha diritto quando si ha un po' di stomaco... E quando quel momento arriva, fosse anche una tazza colma di fiele, la tracanniamo convinti che sia un elisir.
E passiamo gli anni successivi a scoprire che lo è davvero.

Anonimo ha detto...

Simone Tornaghi
una mattina qualunque.

Un'altra mattina.. una come tante altre. Una delle solite di quando ho fatto tardi la notte prima; sempre.Ci sto. Meno dormo più reagisco alla sveglia.. nn lo capirò mai il perchè.
Una notte che si è protratta fino all'inizio di quello che alcuni chiamano mattina... Qualche ora di sonno. Ora sono in piedi, bagno per connettere, vestirsi in fretta.. sono in ritardo come sempre. Non ho tempo per farlo adesso, devo farlo per strada, di corsa. Primo bar girato l'angolo. Un saluto alle solite facce.. una battuta per l'occhio sbattuto. Un caffè. Forte. Fammelo doppio. Ma forte.......
.... Profumo. Sapore acre e devastante. Dolce in fondo. Uno di quei sapori che sono più buoni per l'odore e il profumo che li dipinge in testa, nell'anima.
Prima cosa che ingurgito... mi si attacca al palato. Un sapore denso che chiede solo alla lingua di passare velocemente a liberare il palato felpato. Uno di quei sapori che a volte ti fanno dare una scossetta al capo. Quasi ti fossi fatto un torto. Anzi un torto te lo sei fatto per averlo bevuto così di corsa. Almeno sai che quel sapore ti starà attaccato addosso, in fondo, fino quando non sarò davanti al monitor...
monitor ...
cazzo sono in ritardo...

Chiara Ianni ha detto...

La sala d’attesa continuava a riempirsi, sentivo mancarmi l’aria. Un pincher impazzito abbaiava rabbioso e apparentemente senza motivo.
Il vociare delle persone si mischiava agli annunci dell’altoparlante, i treni in arrivo fischiavano sui binari, mi aspettavo quasi di sentire gli sbuffi delle locomotive di un tempo passato.
Mi sentivo fuori luogo in mezzo a tanta gente che stava per partire, io non andavo da nessuna parte. Aspettavo qualcuno che sarebbe rientrato nella mia vita ma non ero certa neppure di quello. Farla rientrare significava cambiare tutto, stravolgere l’intero corso della mia esistenza, ammesso che fino a quel momento ne avesse avuto uno.
Datemi tempo per pensare, datemi tempo avrei voluto urlare a quella gente. Che cosa sta succedendo?
L’avevo voluto quel momento, con tutte le forze, l’avevo sognato ogni notte fin dall’infanzia, avevo pregato un dio nel quale ormai non credevo più per farmi riavere mia madre, quella vera, per averla accanto.
Mi alzai di scatto, non potevo rimanere in quella sala d’attesa un minuto di più. All’arrivo del suo treno mancava ancora un’ora, perché ero arrivata così presto? M’infilai di corsa nel bar della stazione, forse lì avrei trovato riparo dalle voci che si agitavano dentro e fuori dalla mia testa.
Seduta al bancone ordinai un caffè.
Quando l’anziano e asciutto barista posò la tazzina davanti a me la guardai fissa. Quello poteva essere l’ultimo caffè della mia vecchia vita, passata senza mia madre, una vita che mi ero costruita da sola, senza i suoi consigli e la sua presenza.
Lo bevvi d’un fiato. Sapeva di lacrime e di assenza. Sapeva di liquido amniotico e di speranze che forse non sarebbero più state disattese. Quella tazzina d’inferno e futuro mi aveva bruciato la lingua e la gola e adesso lo sentivo scendere nel corpo.
Mi alzai dal bancone solo quando sentii l’annuncio del suo treno in arrivo.
Certa che l’avrei riconosciuta mi avviai al binario con il fiato mozzo, lo stomaco convulso e in bocca quel sapore amaro e tostato.
Finalmente solo di caffè.

epifanio ha detto...

minchia che blog di merda